Donare il sangue fa bene più a se stessi che agli altri ICON_SEP Print ICON_SEP
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"Le donazioni sono in netta diminuzione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. C'è un continuo aumento di richieste e i conti non possono quindi quadrare". Ho incontrato qualche giorno fa Pasquale Di Patre, presidente della Fidas Teramo e perno della preziosa attività che l'associazione svolge ormai da 51 anni. Di cosa si occupa la Fidas? Di una pratica che dovrebbe essere abitudine per gran parte di noi. E che invece è lasciata all'intraprendenza del singolo, e alla mai sufficiente voglia di donare sangue. Spendere ogni tanto un paio d'ore di tempo, recarsi al centro trasfusionale e mettere da parte "un po' di vita". Spiega infatti il presidente Di Patre: "Abbiamo uno statuto autonomo. In Italia la Fidas raccoglie 63 associazioni. Siamo volontari e il nostro scopo è quello di promuovere le donazioni di sangue. Non siamo parte della Asl ma volontari. Facciamo in un certo senso da filtro per poi indirizzare il donatore al centro trasfusionale".

Per donare sangue, appunto. Quel sangue, che un giorno potrebbe essere utile non solo al prossimo, ma anche a noi stessi: "Lo scorso anno - continua il presidente della Fidas Teramo - sono state raccolte 1236 sacche di sangue, le proiezioni per quest'anno parlano del 10% in meno. Perchè le donazioni diminuiscono? Principalmente per l'influenza che quest'anno si è riversata sul nostro territorio con maggiore penetrazione. Ma è evidente che abbiamo un problema di fondo, ossia fidelizzare i donatori. Vorremmo ci fosse un numero di donatori non solo sufficiente a gestire le emergenze ma anche capace di sopperire in qualsiasi momento alla richiesta di sangue. In provincia basterebbero circa 600 donatori in più, anche se attualmente ne abbiamo attivi quasi 4000".

Un esempio. Durante il terribile sisma che ha colpito L'Aquila nel 2009 molti ricorderanno un "paradosso". Venne sensibilizzata l'opinione pubblica dalle televisioni. C'era necessità di sangue e la risposta fu massiccia. A un certo punto si disse anche di non recarsi più a donare visto che non si riusciva più a smaltire l'afflusso di solidarietà. Eppure adesso, a disposizione, c'è meno sangue di quanto serva: "E' meglio il donatore abituale - commenta Di Patre - che quello occasionale. Quando facciamo iniziative di promozione troviamo tante persone che ci fanno complimenti e che si dimostrano disponibili e ci dicono: "Ah che bello!". Più difficile è portare l'operazione a compimento, vedere seduto su un comodo lettino al centro trasfusionale chi a parole dimostra interesse. Manca il senso civico, purtroppo. La raccolta potrebbe decisamente aumentare ma la gente ha sostanzialmente paura. Forse la nostra azione non è sufficientemente efficace. Forse non riusciamo a far capire veramente che si tratta di un problema di tutti. Che un giorno anche noi stessi possiamo aver bisogno. E' un gesto di solidarietà ma anche di egoismo, se vogliamo, e chi lo ha capito a proprie spese sa bene di cosa parlo. Dobbiamo tutti fare una crescita culturale".

Chiudo raccontando la mia esperienza. Un giorno a scuola, alle superiori, ci dissero che ci avrebbero portato al centro trasfusionale a donare il sangue. Un po' per "cuppare", un pò per curiosità, andai. Feci i controlli del caso, gli esami, le visite e i controlli del caso, effettuai la prima donazione e mangiai il primo "mitico" panino con la fetta di carne. Paura? No! Anzi, quel senso di utilità che aiuta sempre nella vita. Poi, finì lì. Passarono 8 anni prima di fare la seconda. Non un buon esempio, lo ammetto. Ma poi da quella volta, era il 1998, non ho smesso più e una volta o due l'anno (potrei fare di più, effettivamente) mi reco al centro trasfusionale dell'Ospedale di Teramo. Chissà, un giorno mi ringrazierò!

Paolo Marini

 

  
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